La pesca sul lago maggiore

Oggi l’argomento che propongo ha come soggetto il nostro Lago. E lo affronterò non descrivendo le sue bellezze paesaggistiche ed ambientali, nemmeno raccontando quanto e come abbia influito nella vita della nostra gente, frugando fra leggende e realtà. Partiremo semplicemente da un aspetto solo apparentemente marginale del Lago: la pesca.

Come in tutti i paesi rivieraschi, anche a Leggiuno la pesca è una attività molto diffusa e da sempre praticata, un tempo anche a livello professionale. Oggi è praticata quasi esclusivamente a livello dilettantistico, per diletto e passione. I porti di Arolo e di Reno ospitano decine di barche di appassionati che dedicano gran parte del loro tempo libero a questo hobby, riuscendo così a mantenere viva e a tramandare una vera e propria tradizione.

Praticare la pesca fa parte della storia della gente di lago. Gli attrezzi e i metodi di pesca provengono dai nostri avi. Così possiamo vedere ancora oggi in azione la Tirlindana, la Molagna, la Cavedanera, attrezzi antichi, affascinanti anche solo nel nome, ingegnosi, che i padri passano ai figli, insieme ai segreti e alle astuzie.

Oltre a tutto questo, possiamo infine affermare che la pesca ha sempre rappresentato un aspetto aggregante tra gli abitanti, e, fino a non molti anni fa, perfino una componente molto importante nell’economia locale e familiare.

Bene, questi brevi cenni sulla pesca in quanto tradizione, sono serviti come pretesto per introdurre il vero problema di cui voglio parlare.

E’ un problema che si è manifestato già da un paio di decenni, ma che ancora oggi, è sconosciuto alla maggior parte di noi. Dalla fine degli anni ’90 nel Lago Maggiore si è di fatto verificato un costante e continuo impoverimento della fauna ittica presente, nonché un netto cambiamento degli equilibri numerici e riproduttivi tra le varie specie, che ha portato, come ultimo effetto, alla drastica diminuzione della diffusione dei pesci autoctoni tradizionali più pregiati.

Ovviamente questo fatto non è significativo solo per i pescatori. Loro sono semplicemente coloro i quali riscontrano direttamente questo andamento negativo sulla loro attività. Il tutto introduce e implica una problematica più ampia, in quanto è chiaramente l’indicatore di un processo di mutamento e di involuzione trofica dell’intero ecosistema lacustre.

E’ istintivo attribuire il fenomeno agli ormai evidentissimi cambiamenti climatici, oppure al fatto che nel lago siano comparse numerose specie non autoctone, come i pesci siluro, che non hanno antagonisti, oppure alla comparsa di uccelli acquatici voracissimi di pesce e fino a pochi decenni fa sconosciuti qui da noi, come i cormorani, … eccetera, ma, come scopriremo nell’approfondimento di settimana prossima, le ragioni non sono dovute solo a questi mutamenti chiamiamoli pure “naturali”, ma anche ad altre criticità, localizzate non nell’ecosistema lacustre, ma in palazzi, e scrivanie………

Occorre inoltre specificare che questa problematica non è stata scoperta solo dai pescatori. In realtà è oggetto di un serio e meticoloso studio scientifico condotto dalla Commissione Italo Svizzera per la Pesca Professionale in stretta collaborazione col CNR di Pallanza.

Uno specifico gruppo di lavoro in seno a tale Commissione, formato dagli studiosi del CNR e da rappresentanti dei pescatori di professione, è stato attivato al fine di monitorare e ricostruire l’andamento del pescato dal 1995 in poi.

In particolare, il lavoro di riferimento dal quale traiamo i dati per questa nostra riflessione, è il rapporto sull’ “Andamento della pesca professionale sul Lago Maggiore nel periodo 1979-2011”, concluso nel 2013 dai proff. Volta, Grimaldi, Calderoni e Polli.

Lo scopo che noi oggi ci prefiggiamo è quello di accendere un faro su questa tematica, informando e sensibilizzando chi ci ascolta, e nel contempo, cercando di stimolare le autorità e gli Enti preposti ad una gestione più attenta e responsabile del nostro lago e delle sue risorse.

Ma passiamo alla pratica. Vediamo e analizziamo quindi queste statistiche, cominciando dai grafici, i quali, senza riempirci la testa di una serie infinita di numeri, danno però l’idea esatta e immediata di quanto è avvenuto e di quanto ho precedentemente affermato.

Ora ve li mostro, e vedrete quanto sia evidente il fenomeno.

Questo primo grafico è riferito all’andamento del pescato totale nell’intero Lago Maggiore a partire dal 1978 fino al 2011. Come potete vedere, dal 1990 in poi c’è stata la drastica diminuzione del pescato, che si è via via accentuata, consolidandosi attorno alle 120-130 tonnellate/anno. Drammatico è il confronto con i massimi storici degli anni ’80, quando mediamente si pescavano 400 tonnellate/anno con punte di 700-750 fino a 820 tonnellate/anno.

FIGURA 1A

Come si può vedere, l’andamento delle catture di coregonidi segue lo stesso trend temporale e quantitativo.

FIGURA 5A

….così come le catture del persico…..

FIGURA 10A

…e quello della trota…..

FIGURA 9A

…… e del luccio……

FIGURA 12A

….. mentre l’alborella, alla base della catena alimentare dei predatori, è praticamente SPARITA, SCOMPARSA dal 1994!!!!

FIGURA 8A

Come avete visto, l’andamento del pescato totale del primo grafico è perfettamente replicato nei successivi grafici delle diverse specie di pesci….qualcosa sarà successo!!

Allora ci chiediamo: i rilievi e gli studi della Commissione, del CNR, questi numeri, queste evidenze, hanno avuto qualche effetto su coloro i quali sono preposti a gestire il lago e le sue risorse? Sono proprio solo conseguenza dei cambiamenti climatici o naturali?

Lo vedremo la prossima settimana.

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